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l’ironia comica nella poesia cavalleresca 107
Chè ’l sciocco vulgo non gli vuol dar fede,

Se non le vede e tocca chiare e piane.
Per questo io so che l’inesperienza

Farà al mio Canto dar poca credenza.

Poca o molta ch’io ci abbia non bisogna

Ch’io ponga mente al volgo sciocco e ignaro
A voi so ben che non parrà menzogna

Che ’l lume del discorso avete chiaro.

Qui «aver chiaro il lume del discorso» significa «saper leggere sotto il velame dei versi». Siamo nel canto d’Alcina: e il poeta ci suggerisce: «S’io dico Alcina, s’io dico Melissa, s’io dico Erifilla, s’io dico l’iniqua frotta, o Logistilla, Andronica o Fronesia o Dicilla o Sofrosina, voi intendete bene a che cosa io voglia alludere». È un altro espediente (non felice) per stabilir l’accordo, ma che pure, come tutti gli altri, scopre l’ironia del poeta, cioè la coscienza della irrealità della sua creazione. Dove l’accordo non si può stabilire, quest’ironia però non scoppia mai stridula o stonata, appunto perchè l’accordo è sempre nell’intenzione del poeta, e quest’intenzione d’accordo è per sè stessa ironica.

L’ironia è nella visione che il poeta ha, non solo di quel mondo fantastico, ma della vita stessa e degli uomini. Tutto è favola e tutto è vero, poichè è fatale che noi crediamo vere le vane parvenze che spirano dalle nostre illusioni e dalle passioni nostre; illudersi può esser bello, ma del troppo immaginare si piange poi sempre la frode: e questa frode ci appare comica o tragica secondo il grado della partecipazione nostra ai casi di chi la subisce, secondo l’interesse o la simpatia che quella passione o quell’illusione ci suscitano, secondo gli effetti che quella frode produce. Così avviene che noi vediamo il sentimento ironico del poeta mostrarsi anche sotto un altro aspetto nel poema, non più spiccato ed evidente, ma attraverso la rappresen-