Pagina:Pisacane - Saggio sulla rivoluzione.djvu/120

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la propria autonomia, sorgono i suoi interessi, che non sono quelli dell’intera nazione, e ne sono tanto più discordi quanto maggiore è la sua estensione, e più sentita la possibilità di esistere da sè. Non havvi una teoria più assurda e volgare nel tempo stesso, di quella, che nell’ingrandimento successivo degli Stati italiani, e nel minorarsi il numero di essi, scorge la tendenza all’unità; avviene precisamente il contrario. Se l’Italia si dividesse in due soli Stati, l’unità diverrebbe quasi impossibile, i loro sacrifizii sarebbero troppo grandi per sottomettersi volontariamente ad un tal patto: l’uno dovrebbe conquistare l’altro, che dopo esaurite le proprie forze chiederebbe l’aiuto straniero; un grande Stato vuol conservar sempre l’esistenza propria, quantunque meno splendida. Per contro, se l’Italia venisse suddivisa in tanti Stati per quanti sono i suoi comuni, ne risulterebbe di fatto l’unità, i sacrificii che gli verrebbero imposti da un patto comune non potrebbero essere che lievi, e non sperando di reggersi e grandeggiare, ognuno da sè, in faccia agli stranieri, troverebbero un giusto compenso nel patto comune, nonchè nell’unità.

Finalmente, se il concetto di una federazione di Stati italiani, è assurdo, e ruinoso nei particolari, lo è eziandio se vien riguardato sotto un aspetto più generale. La federazione altro non è che uno Stato di transazione per giungere all’unità, e quando i costumi, il clima, le razze, la lingua, la religione, la geografia non costituiscono che una sola nazione, l’unità è un fatto superiore ad ogni calcolo, che non può disconoscersi senza rinnegare le leggi della natura. La federazione, come dice il Mazzini, sarebbe in tal caso: «simulacro di patria e non patria, un gretto calcolo d’aristocrazia o di partiti.» E nobilitando questa idea,