Pagina:Pisacane - Saggio sulla rivoluzione.djvu/47

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perde questo carattere di nazionalità e diventa universale. Alle frontiere si creano gl’imperatori che si disputano il trono; il Senato, estraneo alla lotta, applaudisce al vincitore. Quest’impero cadente e ricco trovasi a contatto di Goti, Longobardi, Franchi, barbari affatto. Essi agognano d’impossessarsi di tante ricchezze, ma dubitano pel terrore che loro inspira il nome romano. Intanto per effetto della corruzione le feraci terre si spopolano, e si cangiano in deserti, gli uomini avviliti dalla miseria ed oppressi dalla tirannide cercano rifugio fra le caverne e le selve. I superstiti a questo cataclisma politico non differiscono gran fatto dai superstiti alle grandi crisi della natura; essi fuggono spaventati la violenza dei potenti, come questi lo scroscio della folgore ed il muggito della tempesta. Finalmente i barbari scacciano la paura e si rimescolano con le reliquie dell’Impero. I destini si compiono; i Romani periscono per vecchiezza, e la civiltà che arresta vasi al Reno ed al Danubio spandesi sino all’Oder.

Siamo ora alla barbarie ricorsa, che vedremo progredire sotto l’impero di quelle medesime leggi di cui discorremmo. All’imbelle patriziato romano si surroga la robusta e guerriera aristocrazia dei barbari. Quest’aristocrazia componeva la concione sovrana da cui veniva eletto il re loro duce in guerra. I patrizii romani con l’usura e la frode vicendevolmente si distruggevano; i nobili barbari lo facevano con la forza, ed i piccioli proprietarii erano da questi baroni talmente oppressi che rinunziando ad un’effimera libertà, si dichiaravano volontariamente vassalli del potente vicino onde esserne protetti; nella guisa stessa che nella primitiva barbarie quelli che meno potevano si donavano schiavi ai più forti. La società nuova che erasi sostituita all’antica con nomi e costumi diversi conservò la medesima tendenza ad un’oligarchia di proprietari che andavasi