Pagina:Platone - Fedro, Dalbono, 1869.djvu/119

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 109 —

o senza, e dire per terzo a Solone o chiunque altro in genere di scrittura politica abbia fatto ordinanze di quelle che si chiaman leggi che se egli sapendo che cosa sia la verità le avesse composte e sapesse come difenderle se gli fosse appuntato qualche cosa in ciò che ha scritto, e avesse valore a dimostrare di per sè che le cose scritte sono di minor merito di quelle ch'egli direbbe parlando, non dovrebbe ricevere il suo nome da quelle cose che ha scritte, ma da quello a cui ha consacrato il suo studio.

Fed. Ebbene qual nome tu poni ad esso?

Socr. A me veramente, o Fedro, mi pare che il nome di sapiente sia troppa gran cosa e conveniente al Dio solo; ma quello di filosofo, cioè amico della sapienza, o simile, mi pare che gli si accordi meglio e sia più adatto.

Fed. E neppur questo lo trovo senza ragione.

Socr. Colui per contrario il quale non possiede niente di più degno che quello che ha composto o scritto voltando di sopra e di sotto per un pezzo, e aggiungendo e togliendo, non lo chiamerai tu giustamente poeta, o fabbricante di discorsi o di leggi?

Fed. E come no?

Socr. Adunque di'pur questo all'amico tuo.

Fed. E a te, che cosa farai tu? perch'io credo che non vorrai dimenticare l'amico.