Pagina:Platone - Fedro, Dalbono, 1869.djvu/67

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tezza. Ma nel dare indietro entrambi, l’uno per vergogna e maraviglia si sente inondata tutta quanta l’anima di sudore, e l’altro liberato dal dolore del morso e della caduta, non prima ha ripreso flato, ch’egli ingiuria e rimprovera con molta ira e la guida e il cavallo suo compagno, i quali per timidità e per ignavia hanno mancato al lor posto ed alla loro promessa. E di nuovo costringendoli non volenti ad avvicinarsi all’amato, a gran fatica li compiace quando essi gli fanno preghiera di rimettere questo fatto al dimani. Ma venuto il tempo stabilito, rammentando loro ciò che quelli fingono di non ricordarsi, e con violenza, e con nitriti, li sforza, tirandoli, di avvicinarsi un’altra volta all’amato per la stessa ragione, e quando gli sono d’appresso, si accoscia e distende la coda, e mentre che morde il freno li tira sfacciatamente appresso di sè. E allora il condottiere provando un tormento maggiore del primo, rovesciandosi indietro, come fanno innanzi alla sbarra coloro che si apparecchiano al salto, con più violenza tira indietro le briglie che stanno fra’denti del cavallo lascivo, fa sanguinare la lingua maledica e le mascelle, e gli fa sentir tormento, premendogli in terra le gambe e le cosce. Quando poi la bestia ha sofferto molte volte lo stesso ed ha deposto l’audacia, eccola con sommissione ubbidire alla guida del condottiere,