Pagina:Platone - Fedro, Dalbono, 1869.djvu/69

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che quell’effluvio corrente, che Giove quando s’invaghì di Ganimede chiamò col nome di effluvio amoroso, diffuso ampiamente nella persona dell’amante parte s’intromette dentro di lui, e parte, quando lo ha già ricolmo, trabocca. E siccome un’aura o un eco rimbalzando da un corpo saldo e solido è riportato colà donde si è partito, così l’effluvio del bello ritorna di nuovo al bello per mezzo degli occhi che sono la via dell’anima, col ritornare e dar vita alle ali nel suo passaggio, e le inaffia e le impenna con più vigore ed empie di amore anche l’anima dell’amato, che per questo ama e non sa chi, e la sua passione non conosce e non sa spiegare; ma è come quello che prende l’infermità guardando negli occhi infermi di un altro, non sa dirne la causa perchè egli non comprende che si rimira nel suo amante come in uno specchio. E quando colui gli sta innanzi, si calma il suo dolore, ma quando si allontana, nel modo stesso è desiderato e desidera, avendo innanzi non già l’amore ma un’immagine di amore, e chiama questo affetto e lo crede non già amore, ma amicizia. Egli desidera al pari dell’amante, sebbene con più misura, di vedere, accarezzare, baciarlo; ed ecco ciò che naturalmente gli potrà avvenire quanto prima. Gli avverrà dunque che stando in questo loro commercio il cavallo tristo dell’amante avrà molte