Pagina:Poe - Storie incredibili, 1869.djvu/171

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vaga, senza forme, indefinita; e non era ombra di uomo e non era ombra d’un Dio; e non era ombra d’un Dio di Grecia, o d’un Dio di Caldea, nè di alcun altro Iddio egiziano. E l’Ombra posava sulla grande porta di bronzo e sotto l’arcuata cornice, e non si muoveva e non proferiva parola; ma più e più si componeva disegnandosi, sino a che fissa ed immota si ste’. E la porta su cui l’Ombra si distendeva — se ben rammento — poggiava tutta ai piedi del giovane Zoilo, ivi sepolto.

Ma noi, i sette compagnoni, che avevamo visto l’Ombra librarsi dai neri damaschi, non osavamo, noi, ora, neanco guardarla in faccia: silenti e mogi e i capi bassi, continuavamo a riguardare le immagini nostre nelle luci intensamente fosche dello specchio d’ebano. Tuttavia, stanco in fine di questa soggezione codarda, io, io Oinosse, mi avventurai a proferire alcune parole a voce bassa, — e... e poi chiesi all’Ombra la sua dimora ed il suo nome.

E l’Ombra rispose:

— Io sono Ombra, e la mia stanza è a fianco delle catacombe di Tolemaide, e là, là vicino a quelle tristi plaghe d’Averno, che rinserrano l’impuro canale di Caronte! —

E allora noi tutti, noi tutti sette, ci rizzammo su da’ seggi e, tremanti, raccapricciati, vinti d’orrore, ci tenevamo per le mani; avvegnachè il suono della voce dell’Ombra non fosse quello d’un solo individuo, ma di una moltitudine di esseri infinita; e questa voce, variando le sue inflessioni di sillaba in sillaba, percuotesse nelle mie orecchie in confuso, imitando gli accenti comuni e famigliari di mille e mille amici nostri, ch’or dormon sotterra!.....