Pagina:Poemetti allegorico-didattici del secolo XIII, 1941 – BEIC 1894103.djvu/197

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

l’intelligenza 191

que’ facea a la spada sí gran dura,
chi l’attendeva era giunt’a mal porto;
e franse e ruppe ogni su’ armadura,
e pres’un elmo con un braccio morto,
ed abbattea cavalieri e cavagli;
quegli uccideva sergent’e vassagli,
ed era solo sanz’altro conforto.

     Cesare ’l vide in sul partire, allora, 177
che l’anima facea da lui, e disse:
«Piú non farai co’ cavalier dimora»
queste parole v’è Lucan che scrisse;
«Pompeo non amerai omai un’ora»
Dominzio aperse gli occhi e non disdisse:
«Io amo me’ morire in mia franchezza,
che vivere o regnar per tua salvezza».
E piú diss’anzi che si dipartisse.

     Tre soldanieri Antonio hann’abbattuto, 178
assai penârsi di metterl’a morte;
Cesare con Pompeio s’era avenuto,
urtârsi co’ distrier ciascun sí forte,
ambi morîr, ma l’un sopravivuto,
onde Cesar ne prese gran conforto;
poi furono a la spada i due baroni,
tagliandosi li scudi a gran’ brandoni,
finchè ’l soccorso venne, ed èvi scorto.

     Or quiv’è ben dipinto il prod’assalto, 179
che fe’ Bassile il duca e Lentulusso;
che s’andaro a fedir di gran trasalto,
morto saría qual fosse d’arme scusso;
l’asbergo poco valse in quel colp’alto,
sí ’l ferío con gross’asta Bassilusso;
que’ fedí lui col brando per grand’onta,
Sí che fuor del costado uscío la punta,
il brando si bagnò nel grande flusso.