Pagina:Poemetti italiani, vol. X.djvu/215

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Deh! tu per poco quel tuo stile oblia
Degno de’ sommi Re, degno dell’arte
Util dei carmi, a tal che i genj omai
Miglior d’Italia per cammin non tocco
20Lasci dietro di te muti, e pensosi,
E mi porgi l’orecchio, che a te solo
La tragedia fatal scrivere intendo.
M’oda solo Platon, solo ei mi basta,
E ne’ sècreti tuoi scrigni abbia loco.
25D’imbelli piume augel se or rado il suolo
Forse un dì fia, che da te scorto io l’ali
Impenni, e m’erga a meno ignobil volo.
    Volgean tre lustri, e più da che ’l rubelle
D’Isdrael mentitor popol gemea
30De’ Filistei, degli Ammoniti in preda,
Che ambe le rive del Giordano in lunghe
Torme scorrendo di rovine e stragi
Empiean le terre d’Efraimo e Gade.
Odio, sdegno, ferocia, e dell’altrui
35Brama inquieta, insaziabil, cieca
Muovon l’empia genìa. Ragion d’antichi
Chimerici diritti era il pretesto,
Onde si valse del Signor la mano
Per punir chi ne’ suoi torti s’accieca.
40Vittime dell’errore, onde i loro padri
Or tra catene avvolti, ora raminghi
Negli antri di Samir, nell’erme spiagge