Pagina:Poemi (Byron).djvu/170

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166 il giaurro

Servi d’amore
950Sono i teneri cor; ma non possente
Regna sovr’essi amor. Timidi, ahi, troppo!
Mal dividon sue pene; e i suoi periglj,
E il disperato viver suo mal sanno
Affrontare que’ miseri; ma il forte,
955L’altero cor, cruda qual è riceve
La ferita, cui tempo unqua non sana.
Metal così s’infoca anzi che brilli
La sua ruvida faccia, e quando in grembo
De la fornace, tra le fiamme è spinto
960Si contorce, si scioglie, si confonde,
Pur natura non cangia; indi temprato
All’uopo tuo, pel’tuo voler dà morte,
O da morte ti salva, usbergo in l’ora
De la battaglia, o spada che nel sangue
965Del nemico si tinge; ma se forma
Di pugnal ei riceve, oh, tremin’ essi
Ch’affiláro il suo taglio! ... E così foco
D’amor, così femmineo dolce inganno
Ogni più duro cor soggioga, e muta.
970Ei ne tragge l’aspetto, ed il costume,
Qual diventa rimàn, e pria si spezza,
Ma più non torna a la sembianza antica.
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