Pagina:Poemi (Byron).djvu/46

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44 il corsaro

Audace millantar, che sebben lunge
È il nemico che spregiano cotanto,
Già già dividon prigionieri, e spoglie.
» Salpisi, e sorgerà, ma sui domati
» Ladroni, e su l’infame arso ricetto,
» Il nuovo Sol. Squadre, e custodi al sonno
» Cedan se il braman; sognin prede, e morti,
» Ma sien preste a ogni cenno.» Su la riva
Molti intanto s’aggirano, e il coraggio
Avvalorano e l’ire, e vansi in mente
Volgendo qual de l’abbonito Greco
Trarran vendetta, e snudano l’acciaro,
E già il sollevan su lo schiavo inerme,
Condegna inver di Mussulmano impresa.
Struggeran l’empio asìlo, ma nel sangue
Che gavazzin non fia, ch’oggi pietoso
Esser de’ il braccio, ancor che forte, e sdegna
Ferìr, perchè il potrìa, se pur nol mova
Capriccio allor, o barbaro disìo
Di provar qual suo pondo un giorno fora
Su più degno rival. Banchetta intanto,
Esulta ognun, nè v’è chi muto starsi
Osi in disparte, se sua vita apprezza;
Finchè sgombra è la spiaggia di periglio,
Imprecando così vanno que’ crudi
Fra il convito, e il piacer.