Pagina:Poesie (Carducci).djvu/336

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310 levia gravia

E tutta a gli occhi s’affacciava l’alma,
Allor che il magno imperador s’assise
20A Firenze con l’oste. Ed io ’l seguiva,
E rividi la mia villa diserta
Da Carlo di Valese; e i luoghi usati
Io non conobbi piú, né me conobbe
La nuova gente. Ora il cortese il giusto
25Il magnanimo Arrigo è morto; e giace
Tutta con lui de gli esuli la speme. —

Tal parlava Sennuccio, un de gli usciti
Cittadin bianchi di Firenze, in rima
Dicitore leggiadro; e fósco in tanto
30Battea la ròcca di Mulazzo il nembo,
E la tristezza del morente autunno
Umida e grigia empiea le vaste sale
Di Franceschino Malaspina. Acuta
Guaiva a’ tuoni una levriera, e il capo
35Arguto distendea, l’occhio vibrando
Dardeggiante e le orecchie erte, a le verdi
Gonne de l’alta marchesana. A lei
D’ambo i lati sedean donne e donzelle,
Fior di beltà, fior di guerresche altiere
40Ghibelline prosapie. E di rincontro,
Ardendo in mezzo d’odorata selva
Il focolar, tu dritto in piedi tutta
Ergei la testa su i minor baroni,
Caro a gli esuli e a’ vati, o Malaspina.
45Posava in pugno al cavaliere un bello