Pagina:Poesie (Monti).djvu/120

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104 LA MUSOGONIA

     Ed altrettante avventurosa madre
     Di magnanima prole il dio la rese:
     Di nove io dico vergini leggiadre,
     Del canto amiche e delle belle imprese:
     Melpomene che grave il cor conquide,
     200E Talía che l’error flagella e ride;
Callïopea che sol co’ forti vive,
     Ed or ne canta la pietade or l’ira1;
     Euterpe amante delle doppie pive,
     E Polinnia del gesto e della lira;
     Tersicore che salta, e Clio che scrive,
     Erato che d’amor dolce sospira;
     Ed Urania che gode le carole
     208Temprar degli astri ed abitar nel sole.
A toccar cetre, a tesser canti e balli
     Si dier concordi l’inclite donzelle,
     E pei larghi del ciel fulgidi calli
     Al padre s’avvïar festose e belle2.
     Dalle rupi ascendeva e dalle valli
     Il soave concento all’auree stelle,
     E l’ineffabil melodia le note
     216Rendea men dolci dell’eteree rote.
Tacquero vinte al canto pellegrino
     Le nove delle sfere alme sirene3,
     Quelle che viste da Platon divino
     Cingono il ciel d’armoniche catene.
     E già l’olenio raggio era vicino4,

200. che l’error percote e ride;

213-16. S’udian di sotto armonizzar le valli Soavemente e ne stupian le stelle, Vergognose d’intendere che note Spandean men dolci le sideree rote. (C. ’21).

    cedette poscia il suo tripode a Temide, e Temide ad Apollo quando divenne preside delle Muse». Mt.

  1. Ed or ecc.: S’ac- cenna a’ poemi epici specialmente dell’Eneide (la pietà di Enea) e dell’Iliade (l’ira d’Achille).
  2. s’avviar ecc.: «Esiodo non descrive altrimenti il loro viaggio all’Olimpo: «Esultando le dive, e la gentile Voce foggiando in immortai concento Avvïârsi all’Olimpo. Alla divina Degl’inni melodia tutta d’intorno Echeggiava la terra; e le donzelle Verso il padre affrettando il passo allegro Destavano per via grato ad udirsi Un tripudio di piedi». Teog., v. 68». Mt.
  3. Le nove ecc.: «Platone, che era tutto armonia, si avvisò nei sublimi suoi sogni di porre in cielo nove sirene che incessantemente cantavano, e regolavano le sfere a forza di melodia. Queste non erano in sostanza che le nove Muse sott’altro nome, alle quali attribuiva quel filosofo il governo dell’universo sì morale che fisico. E s’egli avvenne che bandisse poi i poeti dalla chimerica sua repubblica, ciò fu solamente per la paura che i poeti, arbitri del cuore umano, non turbassero la tranquilla apatia de’ suoi cittadini, ch’egli voleva esenti affatto dalle passioni. Dal che si conclude che l’ostracismo platonico, lungi dall’essere un’ignominia pei i poeti, è anzi il massimo degli encomi. Mi si perdoni questa digressione in grazia di un’arte, di cui sembra che pochi conoscano l’importanza e la dignità». Mt.
  4. E già l’olenio raggio ecc.: «Questa è la costellazione di Capricorno, o sia della capra Amaltea, detta olenia perché nutrita nei prati di Oleno città dell’Acaia. Olenium astrum l’appella anche Stazio, Teb.,