Pagina:Poesie (Monti).djvu/237

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CANTO PRIMO 221

turnamente oberati, non si sarebbe compito il profetico assioma dell’idraulico bolognese: a lavoro incompiuto crescerà la pestilenza in ragione inversa dell’abbassamento delle acque». — Nell’esaltare il grande valore artistico del poema presente sono tutti concordi: dal Cantù (p. 295) e dal Giordani («Monti mi ha letto della sua Feroniade. È cosa oltre ogni immaginare stupenda: peccato che non si risolva mai a pubblicarla. Oh quanto è maggiore d’ogni altra sua cosa! Veramente questa lo manifesterebbe il primo de’ poeti viventi in Europa»: lett. del 23 dicem. 1818 a Franc. Viviani) fino al Carducci (Le poesie lir. ecc. ed. cit., p. V), che la definì: «lavoro squisito della florida gioventù e della vecchiezza robusta del gran poeta, la più vivace fronda che mano italiana cogliesse dalla pianta del sempre fiorente Omero». E, a proposito di quest’ultimo giudizio, lo Zumb. p. 202: «Evidente è la squisitezza artistica, e nessuno potrebbe in ciò dissentire dall’illustro critico;.... ma sarebbe più giusto il dire che la vivace fronda fu colta non dalla pianta di Omero, bensì da quella di Virgilio [Ma il C., giudicando in tal modo, ebbe forse l’occhio a’ vv. 20 e segg. del c. I]. E così dicendo, ho presenti al pensiero non solo le moltissime reminiscenze virgiliane e le qualità conformi d’immagini e di stile, ma ancor quella certa somiglianza d’intendimenti e di affetti, che il poeta italiano volle avere col sommo Latino. Volle cioè cantar le cose remotissime accadute nel Lazio, per illustrarne le cose presenti; e che dalla favola o leggenda, a tale effetto adoperata, balenasse come futura la nostra grande storia antica. Senza dubbio, fine immediato e personale del poeta fu il celebrare il prosciugamento delle paludi Pontine ma in lui c’era altresì il fine anche più alto di ricordare le glorie di quella Roma e di quell’Italia, ch’egli, con tutti i suoi cangiamenti, ebbe sempre sulle labbra e nel cuore». — Il metro è il verso sciolto: e più bei versi sciolti di questi non ha la letteratura italiana.


I lunghi affanni ed il perduto regno
     Di Feronia1 dirò, diva latina


N. B. Cfr. la nota d’introduzione.

2. dirò, nume latino.

  1. Feronia: «È fama che, allorquando Licurgo ebbe date agli Spartani quelle sue famose leggi, alcuni di essi non potendone sostenere l’asprezza si mettessero in nave e partissero per ricercare altrove un’altra patria. E vuolsi che stanchi del lungo e infruttuoso viaggiare pe’ mari facessero voto agli Dei, che, su qualunque spiaggia lor fosso accaduto di metter piede, ivi avrebbero fermata la propria stanza. Quindi portati in Italia ai campi Pomentini, pigliarono terra; dissero Feronia il suolo su cui erano sbarcati, poiché pel mare era loro avvenuto di essere qua e là trasferiti (ut huc illuc ferrentur); ed alla divinità di Feronia eressero un tempio. — Queste sono presso a poco lo parole colle quali Dionigi d’Alincarnasso (A. R. II, 49) racconta l’origine di questa divinità. Il tempio di cui fa menzione lo storico, sorgeva in vicinanza del fiume Ufente, verso il monte Circèo o di Terracina; ed Orazio (Sat. I, v, 24) ricorda la fontana ch’ivi era consacrata a Feronia. Oltre la fontana vi aveva un lago ed un bosco assai celebre, i cui alberi raccontavasi che non fossero mai tocchi dal fulmine. Di questo bosco fa parola Virgilio (En. VII, 800) come di cosa particolarmente cara alla dea: et viridi gaudens Feronia luco [Cfr. Servio Ad Aen. loc. cit.]. Il culto di Feronia si accrebbe col tempo grandemente. Ella ebbe un tempio anche in Etruria nel luogo dove ora è Pietrasanta, ed un altro nel territorio Capenate fra Veio e il Tevere alle radici del Soratte, cui i Latini e Sabini, frequentandolo in comune, avevano arricchito d’infiniti doni, che un largo bottino somministrarono alla rapacità dei soldati di Annibale nel loro passaggio (Cfr. Livio XXVI, 11 e Silio Italico De Bell. Pun. XIII