Pagina:Poesie inedite di Silvio Pellico I.djvu/277

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Spero che gioïrò di mia vittoria,
     Ed eroe da lor labbra udrò chiamarmi!
     Quel Carlo ch’ogni nostra ascosa istoria
     204Investigare osava e minacciarmi,
     Vedrà come del lituo anzi la boria
     Per la salute del mio chiostro io m’armi!
     Ma s’io perir dovessi?. . . . oh allora tutto
     208Meco trarrò l’empio convento in lutto! »

Giunge il ribaldo al vescovil ricinto,
     Ed ascende al tempietto, ove il Pastore,
     Da’ famigliari sacerdoti cinto,
     212La preghiera seral porgea al Signore.
     Ivi d’oranti assai stuolo indistinto
     Pïamente con esso effondea il core:
     Palpita mal suo grado l’omicida,
     216E ancor « Ti penti! » l’angiol suo gli grida.

Ma soffocò tutti i rimorsi, e rise
     Dell’angiol suo e di Dio, come di larve.
     Con ira gli occhi sovra Carlo affise,
     220Ed esecrando zelator gli parve.
     A liberarne il mondo si decise,
     E certo il proprio scampo gli trasparve;
     Allo scoppiar dell’avventata morte
     224Ratto balzar fidava oltre le porte.