Pagina:Polo - Il milione, Laterza, 1912.djvu/271

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il milione 257


quale avea nome Barac, con molta gente,1 per fare danno alle terre ove questo Argo era. Quando Argo seppe che costoro venivano, fece asembiare sua gente2, e venne incontro a’ nemici. Quando furono asembiati l’una parte e l’altra, e gli istormenti cominciarono a sonare dall’una parte e dall’altra, allora fu cominciata la piú crudele battaglia che mai fosse veduta al mondo; ma pure alla fine Barac e sua gente non poterono durare, sí che Argo gli sconfisse e cacciògli di lá dal fiume. Da che n’abbiamo cominciato a dire d’Argo, dirovvi com’egli fu preso e com’egli signoreggiò poscia, dopo la morte del suo padre.

Quando Argo ebbe vinta questa battaglia3, vennegli novelle come lo padre4 era passato di questa vita. Quand’egli intese questa novella, funne molto cruccioso e mossesi per venire a pigliare la signoria; ma egli era di lungi bene quaranta giornate. Ora avenne che il fratello che fu d’Abaga5 lo quale si era soldano ed era fatto Saracino, si vi giunse prima che giugnesse Argo, e incontanente entrò in sulla signoria, e riformò la terra per sè. E sì vi trovò si grandissimo tesoro, che a pena si potrebbe credere; e sì ne donò sì largamente a’ baroni e a’ cavalieri della terra, che costoro dissoro che mai non volevano altro signore. Questo soldano6 faceva a tutta gente appiacere e onore. Ora, quando il soldano seppe che Argo veniva con molta gente, sì si apparecchiò con tutta sua gente e fece tutto suo isforzo in una settimana. E questa gente, per amore del soldano, andavano molto volentieri contro ad Argo, per pigliarlo7 e per ucciderlo a tutto loro podere.

Quando il soldano8 ebbe fatto tutto suo isforzo, sì si missono e andarono incontro ad Argo. E, quando fu presso a lui, sì si attendò in un molto bel piano9, e disse alla sua gente:

  1. Berl. che l’andasse a conbater con Argon. Disse Barac ch’el iera a tuti i suo’ comandamenti, e a tuto el so poder el farave dano ad Argon e a tuta la suo’ zente. Dapuò... se mese in camino con la suo’ zente, la qual iera una gran quantitade, e tanto cavalcorono ch’i pervene al fiume grando dov’era Argon per diexe mia.
  2. Berl. * e non pasò tre dì che tute do le parte fono aparechiade. Lá era tanto remor, che se l’avesse tonado non se averla aldido...
  3. Berl. * de lì a poco d’ora.
  4. Berl. * Abaga.
  5. Berl. * el qual nomeva (Acomat).
  6. Berl. feva bona signoria, e servia tuta zente.
  7. Berl. * e meterlo in gran martorio.
  8. Berl. ave aparechiato ben sesantamilia cavalieri..., e cavalcò ben diexe mia..; e.. li vene novele comò Argon vegnia, e iera apreso mia zinque.
  9. Berl. perchè lá è molto ben conbater, e disse...: — Vui sapete como debo eser signor de tuto el reame de mio fradello, perchè sempre mai io fu aquistar tere e provinzie, le qual nui tegnimo. Ben è vero che Argon fo fiolo de Abaga re; e se per aventura algun volesse dir che lui aspetava la signoria, mente per la gola... E non sarave iusta cossa che, dapuò el padre tene la signoria, como vui savete, non la avessi io dopo la so’ morte, perchè raxonevolmente in soa vita io doveva aver la mitade, ma per mia bontade i ò lasado tegnir tuta la signoria. Dapuò sono venuto tal muodo comò sapete..., ve priego...