Pagina:Pontano - L'Asino e il Caronte, Carabba, 1918.djvu/135

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Ombra 2.a — Un frate.

Car. — Di che ordine?

Ombra. — Più d’una volta son passato da un ordine all’altro.

Car. — E perchè?

Ombra. — Per poter ingannare più facilmente. Di giorno godevo a sentirmi confessare i peccati delle donne, di notte gozzovigliavo per i bordelli.

Car. — E il denaro di dove lo prendevi?

Ombra. — Un po’ con la frode, un po’ col furto. Ma sopratutto ingannando le donnicciuole, e sgraffignando in sacrestia.

Car. — Sacrilegi ed inganni li espierai nel fuoco. E tu che hai la pelle così lucente e liscia, e cammini come un’anatra, che professione facevi?

Ombra 3.a — Facevo il vescovo.

Car. — E hai messo su tanta pancia?

Ombra. — Non pensavo che al ventre: e ci ho strutto dentro tutte le rendite della mia chiesa. Anzi ho anche fatto lo strozzino.

Car. — E non ti bastavano le rendite della chiesa?

Ombra. — Quelle bastavano al ventre: l’usura serviva al pene. Mantenevo molte concubine, e coll’oro corrompevo anche le donne maritate.

Car. — Miserabile, che devi reggere così grosso ventre su piedi sfatti e malati! più miserabile, che hai venerato come dei solo il ventre e il pene, perchè l’anima ti pesava! più miserabile ancora, che hai suscitato la collera di quel Dio che non conoscesti, come non hai conosciuto te stesso! Va all’inferno!... E tu? bambina così timida e vergognosa!...

Ombra 4.a — Sono una disgraziata.

Car. — Perchè così afflitta?

Ombra. — Potessi perdere la memoria!

Car. — Di che? perchè? Non disperarti!... Se