Pagina:Prati, Giovanni – Poesie varie, Vol. II, 1916 – BEIC 1901920.djvu/46

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Di lelón le avvampanti cavalle
dan nei petti alle pallide torme;
le martella nei fianchi e alle spalle
di Girgenli il chiomato guerrier.
345E d’Amilcare il teschio deforme
sulle punte dei ferri confitto
paga a tutta Sicilia il delitto
dell’ingiuria e del nome stranier.
Oh, mirar potestú de’ tuoi forti
350come folta la fuga è giá resa!
Che infinito sepolcro di morti!
Ma Leucippo, Leucippo dov’è?
Pochi istanti la pugna è sospesa;
fatto è raro il cozzar delle spade;
355siede e stupe dell’orrida clade
fin del Tartaro il pallido re.
Sepolcral dalle alture rimbomba
della tromba la fiera canzone;
è il Signor che destò quella tromba,
360è la Morte che fiato le dá;
Iosuè che si mesce a Iclone,
che flagella la ciurma nemica,
che il singulto di Ierico antica
nell’immenso deserto porrá.
365—Vili! — rugge Orosmán, lacrimando,
coll’antenna sul petto ai fuggenti.
— Vili, indietro! È un consiglio nefando
far si presto Sicilia gioir.
A Cartago non portino i venti
370che si cadde nel tergo feriti;
non facciam dei codardi mariti
tante lemme imbelli arrossir! —