Pagina:Prose e poesie (Carrer).djvu/292

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— Perdona, è un poco di convulsione che talvolta mi prende al fare o all’udire discorsi assai accalorati. E tu se’ acceso, mi sembra, e sono assai vive le tue descrizioni. Tira innanzi. . .

— Poco ci ho a dire, e nulla che valga gli efletli di quel sorriso. Tutte le volle, e non furono molte, che vidi la mia sconosciuta, si fu tra gente, e l’ultima sola, ad un ballo mascherato, mi fu conceduto parlarle. Se dovessi raccontarti, in proposito della facilità che attribuisci alla nostra nazione, l’esitanza con cui apriva bocca a domandarle tale o tal altra cosa, anche delle più indifferenti! Parevami che ogni risposta potesse contenere lo sfacimento della cara illusione in cui mi trovava; che in ogni risposta ci potesse essere una rivelazione che avvelenasse la dolcezza che aveva per me la vita in quell’ora. Che fosse stato un sogno quanto mi era sembrato fino a quel punto realtà! Ma finalmente una parola mi ha rassicurato, e più che una parola tutta amore, un lampo di quel sorriso incantevole . . . non vorrei però essere troppo eloquente a costo del mio povero braccio . . .

— Via, prosegui: le son cose da nulla, e la memoria di quel caro sorriso, assai caro eh? deve farti indifferente a queste freddure.

— Quantunque il nostro dialogo fosse assai breve, ci potrei lavorar sopra un romanzo. Ma non voglio; e poi non c’è mica assai tempo in mezzo, dacché prima dell’annottare mi conviene dar ordine a qualche mia facccuduola.