Pagina:Quel che vidi e quel che intesi.djvu/375

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Chiusa la votazione, che s’era compiuta con tutte le modalità disposte, tra un indescrivibile tripudio di popolo, preceduti da musiche e bandiere, portammo l’urna in Campidoglio, ove si concentravano, per lo spoglio complessivo dei voti, le urne di tutti i rioni ed ove erano, a riceverle, le autorità preposte al Plebiscito con due notari. Assisteva anche il Commissario del Re. L’urna nostra era sormontata da una grande scritta che diceva: Città Leonina. Sì. A migliaia Trasteverini e Borghigiani la attorniavano e la seguivano. Fragorosi, infiniti applausi ci accoglievano per le vie ed in Campidoglio.

Quivi già si erano ricevute le urne di molti altri rioni. Cogliemmo il buon momento per farci avanti noi, per consegnar la nostra urna. Le autorità esitavano, mentre i nostri cominciavano a tumultuare, e si volsero al Commissario del Re — era il Barone Blanc, che giovane fu accosto a Cavour, più tardi Ambasciatore e Ministro degli Affari Esteri — come per chiedergli che dovesse farsi. Fu un attimo di immensa trepidazione. Finalmente il Barone Blanc esclamò:

— Avanti la Città Leonina!...

Se ci avesser respinti, sa Iddio quel che sarebbe avvenuto!...

L’urna da noi consegnata conteneva 40 835 voti per l’unione al Regno di Vittorio Emanuele, 46 contrari.

Così anche Trastevere e Borgo vennero uniti al Regno. E la Santa Sede fu salva dal grosso guaio di un dominio temporale su più di 40 000 sudditi che d’essa non volevano sapere e che sarebber stati, con grandissimo imbarazzo anche per il Governo Nazionale, in continua ribellione.

Ancora una volta il popolo si manifestava più savio dei suoi governanti!...