Pagina:Racconti sardi.djvu/110

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sua madre chiamavano Tilipirche,1 era per il solito, il compagno di viaggio delle due donne. Senonchè egli andava a cavallo. Questo cavallo, che era poi una cavallina poco più alta di Bustianeddu, sterile, vecchia, dal lungo pelo grigio e gli occhi pieni di una profonda melanconia, formava una parte, cioè un personaggio importantissimo, in casa Fenu. Si chiamava Telaporca2 e forse dal suo derivava il nomignolo di Bustianeddu.

Fatto sta che Telaporca e Tilipirche passavano quasi tutta la vita insieme. Ogni sera, all’imbrunire, e ogni mattina all’albeggiare, si vedeva il piccolo pastore trottare allegramente su la pensierosa cavallina, attraverso lo stradale e le tanche deserte che conducono da Nuoro a Tresnuraghes, o nei sentieri erti e rocciosi di Marreri, dove zio Nanneddu calava con le greggie nella stagione cruda.

Dacchè era cresciuto Tilipirche, zio Nanneddu non si muoveva più dall’ovile: era il piccino che andava e veniva, che recava i viveri da Nuoro all’ovile, e il latte, la ricotta e i formaggi dall’ovile a Nuoro. La cavallina era naturalmente il mezzo di trasporto: aveva una piccola sella di cuoio nero e di legno, antichissima, e la bisaccia tanto grigia e consunta da confonderla

  1. Cavalletta, maschile.
  2. Cavalletta, femminile.