Pagina:Ricerche sopra l'aritmetica degli antichi.djvu/15

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buirono le più sublimi prerogative, specialmente perchè corrisponde alle cinque zone celesti (Macrob. Somn. Scipion. 1, 6. Conf. Virg. georg. 1, 233): vi si aggiunsero anche idee superstiziose (Virg. ib. 1, 277: V. Erasm. adag. chil. 2, cent. 3, n. 1), e si considerò sacro a Minerva, non già, come dice Servio (ad Virg. georg. 1, 277) perchè la Dea fosse infeconda, ma verisimilmente perchè si riputava inventrice de’ numeri, siccome vedemmo.

Epilogando, conchiudiamo che l’aritmetica, d’invenzione antichissima e d’uso il più necessario, ebbe ad essere insegnata e praticata, singolarmente all’ingrandirsi ed all’ arricchirsi delle più colte società: che in effetto si prova molto esercitata presso i Greci, come doveva pur accadere stante il sistema loro numerico, di poco dissimile al nostro: che se questo non può da noi applicarsi alle lettere de’ Romani, non dobbiamo a primo tratto stimarli privi d’ogni maniera di computo, ma piuttosto attribuire la nullità dei nostri lumi alla perdita d’ogni notizia relativa, com’altre se ne perderono, importanti per la fisica e per le arti: che all’incontro, se ai Romani, e ad altre nazioni eredi della loro grandezza fu indispensabile l’uso dell’Aritmetica, e se ne tennero aperte le scuole, convien trarne argomento favorevole all’esistenza presso loro d’alcun metodo regolato ed agevole di numerare. Il dar opera per iscoprire qual ei si fosse, mi pare, se ben veggio, una parte non tocca di classica erudizione, alla quale amerei che alcuno di me più valente applicasse l’ingegno, pago abbastanza, se le poche mie considerazioni valgano almeno di stimolo ad altri per accignersi ad investigazioni più luminose.