Pagina:Ricordi storici e pittorici d'Italia.djvu/640

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nuto un mistero del Saturno asiatico. L’esistenza del toro di Falaride trovasi del resto accertata da Diodoro. Narra che imilcone, dopo la conquista di Agrigento lo avesse trasportato a Cartagine, e che duecento sessant’anni più tardi, distrutta Cartagine, Scipione ne avesse fatta restituzione agli Agrigentini. Il toro di Falaride ha poi somministrato argomento a due dialoghi satirici di Luciano, nel quale il poeta fa comparire in Delfo i famigliari di Falaride, i quali offrono in dono al nume quella macchina infernale, rappresentando il tiranno quale il più giusto degli uomini, e fa dichiarare dai sacerdoti il dono di quell’uomo feroce, qualle offerta degna di un Dio. È impossibile spiegare, per valermi di un modo di dire moderno, astio maggiore contro la chiesa, di quello manifestato da Luciano in quello scritto.

Falaride fu per dir vero feroce e crudele; se non che regnando desso in tempi antichissimi, circa la metà del secolo VI prima della venuta di Cristo, fu al pari di tutti i tiranni greci, uomo d’ingegno, amante delle scienze, delle arti. Si narrano di lui, come pure di Dionigi, tratti generosi, fra quali particolarmente la storia di Menalippo e di Caritone, la quale ricorda quella di Damone e Pizia, e quella che riguardo il famoso poeta Stesicoro. Falaride, il quale aveva soggiogato a viva forza parecchie città, propose una alleanza agli abitanti d’Imera; domandava lo eleggessero a loro condottiero per potere coll’opera sua, prendere vendetta dei loro nemici; se non che vi si oppose Stesicoro, presentandosi davanti al popolo, e narrandogli una favola. Disse «che un giorno il cavallo pascolara in un prato, quando ne venne scacciato da un robusto cervo. Il cavallo si presentò all’uomo domandandogli di punire il cervo. Sta bene, disse l’uomo, ma tu mi devi accogliere sul tuo dorso. Il cavallo vi acconsentì, e coll’aiuto dell’uomo si vendicò bensì del cervo, ma continuò a dovere essere guidato dall’uomo, e sopportarne il giogo dispotico. E voi, uomini d’Imera, disse Stesicoro, vorreste fare nè più nè meno, di quanto ha fatto il ca-