Pagina:Rivista italiana di numismatica 1892.djvu/216

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204 nicolò papadopoli

fettivo, e quindi esso pure immaginario. Il decreto del 3 maggio 13791, che ordina nuovamente la coniazione del grosso, abbandonata da alcuni lustri, ce ne offre una chiara dimostrazione. In esso si stabilisce che ogni marca d’argento dia il reddito di 15 soldi di grossi: ora con questo ragguaglio i grossi del secondo tipo (Andrea Contarini) non dovrebbero pesare se non poco più di 25 grani, perchè da una marca si avrebbe dovuto tagliare 180 pezzi. Invece i grossi di quell’epoca pesano oltre 38 grani, e ciò vuol dire che da una marca si fabbricavano solo 120 pezzi, e quindi i grossi usati nel conteggio della parte sono ideali e corrispondono alla lira di grossi in argento del valore di 32 lire di piccoli, mentre i grossi fabbricati in zecca appartengono alla lira più pesante e cioè a quella di 48 lire di piccoli. A conforma di ciò troviamo nelle memorie di zecca che le lire di grossi valevano nel 1408, 32 lire di piccoli et a oro lire 48.

Queste due specie di lira di grossi non potevano esistere nello stesso tempo e nello stesso luogo, e così quella in argento scompariva ben presto, sostituita dall’altra lira più antica, che aveva pure come base il piccolo e che da esso si nominava, perchè nelle minute contrattazioni era più conosciuta e più comoda. Invece la lira di grossi in oro acquistava sempre più importanza e diffusione, così che nei documenti pubblici del secolo XV si parla quasi esclusivamente di lire di grossi e di ducati d’oro, anche nelle paghe dei funzionari dello Stato. Le guerre e le difficoltà finanziarie del tempo di Francesco Foscari fecero aumentare il pregio della buona moneta, cosicché il ducato salì a 100 soldi, poi a 120 e finalmente a 124.


  1. Misti Senato, Registro XXXVI, C. 75.