Pagina:Rivista italiana di numismatica 1893.djvu/447

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398 bibliografia

prontati coi nomi de’ dogi, ma bensì quelli battuti in Venezia colrindicazione della città e dell’imperatore, e ce lo conferma il fatto che mentre i secondi si succedono per un periodo di quasi due secoli da quando si cominciò ad usare del privilegio, i primi compariscono appena dopo l’anno 1156, al tempo della titanica lotta dei comuni contro Federico Barbarossa.

Dalle monete che possediamo pare che l’attività della zecca veneta non abbia avuto principio se non cinquanta o sessanta anni dopo la concessione di Rodolfo, a meno che non si voglia ammettere che non sieno pervenuti fino a noi gli esemplari di tutte le emissioni. Tale ipotesi non pare priva di fondamento. Il rovescio di queste stesse monete mostra il tempietto carolingio, nel quale le colonne sono sostituite dalla parola VENECI ed invece della leggenda XPISTIANA RELIGIO vi è un ornato di lettere che non danno alcun significato. Consta che Ottone fu il primo ad abbandonare ne’ suoi denari simile iscrizione; onde, osserva l’A., si può supporre che i Veneziani abbiano approfittato di quel diritto almeno durante il regno di questo monarca copiando il tipo dei denari imperiali di allora ed aggiungendovi soltanto il nome della loro città. In tal modo sarebbesi per tradizione conservato lo stesso tipo sulle monete di Corrado I e di Enrico II; mentre non sembrerebbe naturale che ai loro tempi si fosse preferito un tipo che era già antiquato.

Il Papadopoli divide le monete coniate da questo tempo fino al doge Vitale Michiel II in due gruppi. Nel primo colloca quelle col tempietto, facendovi precedere i denari senza nome di principe e coll’iscrizione CRISTVS IMPER, che da altri furono giudicati posteriori a quelli di Corrado I (II) e di Enrico II (III), ma che egli esaminandone il peso e con riguardo alle condizioni della potestà imperiale in Italia negli ultimi anni di Ottone III e durante le lotte tra Enrico ed Arduino, crede sieno più antichi e palesino che i Veneziani abbiano un’altra volta cercato di eliminare dalle monete il nome degli imperatori. Il secondo gruppo comprende i nummi che portano il nome di Enrico ed hanno l’effigie di San Marco. Le varietà di conio, le forme differenti delle lettere e sopratutto il loro peso vario e decrescente danno a vedere che furono fabbricati durante un numero abbastanza lungo di anni e che forse oltre ad Enrico III (IV), essi spettano anche al di lui successore Enrico IV (V).

La parte che verte intorno alle monete dei dogi da Vital Michiel II, 1156- 1172, a Cristoforo Moro, 1462-1471, non è meno pregevole della precedente ed oltre alle notizie ciii fu già accennato e che si riferiscono alle condizioni politiche ed economiche della Repubblica, v’hanno copiose informazioni circa l’origine, il valore e le vicende di ogni moneta e circa le leggi che regolavano