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66 o. vitalini

coniava sua moneta già nel secolo XIV, e volendo emulare il credito, che nelle contrattazioni riscuoteva il matapane di Venezia, ne imitò il taglio, migliorandone il valore1. Le zecche marchigiane vicine, vista la buona prova, ne seguirono l’esempio, e l’agontano o ancontano divenne moneta conosciuta e ben ricevuta, come già quella di Ravenna, Lucca e Pavia.

Nell’epoca in cui battè sua moneta il Falletti per il feudo di Benevello, il grosso di Ancona presentavasi artisticamente elegante, trovandosi, in quel tempo, a modellare nelle officine romane i celebri incisori e zecchieri i Migliori fiorentini.

Il Bellini, nella diss. II, pag, 7 e 8, riporta due esemplari di tal grosso: io do la incisione di altro presso di me, il quale a prima vista manifesta tutta la rassomiglianza di cui ho fatto cenno.


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Il santo (san Pietro o san Ciriaco), in ambedue le pezze, ha le medesime vesti, lo stesso atteggiamento, la identica croce astata terminata a palline, la mitra, l’aureola, tutto perfettamente somigliante. Il cavaliere, andante di galoppo a sinistra, impugna la spada con la destra in alto, pronto a colpire: e qui pure l’andatura del cavallo, la posa e le vesti del cavaliere hanno corrispondenza talmente perfetta, da far supporre che l’impronta sia stata fatta con uno stesso punzone.

Una variante è stata necessariamente introdotta, sostituendo nel grosso di Benevello l’aquiletta bicipite alle chiavi decussate dell’anconitano; ma anche questa modificazione è talmente riuscita da potersene appena rilevare la differenza.

E bene scelse il Falletti la imitazione del grosso di Ancona, anche per la ragione che il tipo del cavaliere,

  1. Tonini, Period. di Numis. e Sfrag., anno II, pag. 203.