Pagina:Rusconi - Teatro completo di Shakspeare, 1858, III-IV.djvu/734

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NOTA 373


trove), ne induce ad esaminare fino a qual punto la rappresentazione visibile, sulla scena, della guerra e de’ combattimenti, può essere permessa, o consigliata. I Greci se ne astennero costantemente. Siccome Parte drammatica presso quel popolo aspirava innanzi tutto alla dignità ed alla grandezza, e’ non avrebbero potuto comportare la debole e meschina imitazione di ciò che è veramente inimitabile, e si limitavano a far annunziare il successo dei combattimenti. Il principio da cui muovono i poeti romantici è interamente diverso. Acciocché ardiscano mostrar quadri meravigliosi e sempre sproporzionati a’ mezzi meccanici dell’esecuzione teatrale, è forza che per ogni rispetto confidino nell’imaginativa degli spettatori; e ciò fanno sopratutto nel nostro caso. È cosa risibilissima che un pugno di combattenti male agguerriti, coperti d’armature di carta, e solo intenti a non farsi la più lieve scalfittura, determinino la sorte di due potenti imperi. Ma l’estremo opposto, voglio dire il troppo spettacolo, porta seco inconvenienti ancor più gravi. Dove si riesca a far illusione, rappresentando il tumulto d’una battaglia, l’assalto d’una fortezza, od altre imprese militari, il potere degli oggetti sensibili è sì grande, che rende lo spettatore inetto al genere d’attenzione che esige un’opera poetica, e il principale viene oscurato dagli accessoria L’esperienza ne insegna che, ogni volta che si vogliono mostrar sulla scena combattimenti di cavalleria, gli attori quadrupedi non lasciano più agli altri che un posto secondario. Per buona sorte ai tempi di Shakspeare non si era ancora inventata l’arte di assicurare le vacillanti tavole del palco scenico in guisa che far se ne, potesse una cavallerizza. Egli dice agli spettatori nel primo prologo di Enrico V: «Quando parliamo di destrieri, imaginate di vederli imprimere con fierezza i loro agili piedi sulla terra». È vero che la famosa esclamazione di Riccardo III, Un cavallo, un cavallo! il mio regno per un cavallo, fa parer molto straordinario, che prima e dopo lo si vegga sempre combattere a piedi: ma torna meglio per avventura che il poeta e l’attore, mercè le vive impressioni che entrambi producono, impediscano allo spettatore di fare tale osservazione, di quello che esporlo a distrazioni di mente per amore di una precisione più letterale. Shakspeare ed alcuni poeti spagnuoli hanno tratte sì grandi bellezze dalla rappresentazione attiva della guerra, che, ad onta di tutte le imperfezioni che l’accompagnano, non saprei desiderare che se ne fossero astenuti. Un abile direttore di spettacoli teatrali saprebbe oggidì pigliare un giusto mezzo fra l’eccesso e la mancanza d’apparecchio militare; impiegherebbe tutti i modi più artifiziosi per far supporre a’ riguardanti che i guerrieri de’ quali mostra i combattimenti, non sono che i gruppi staccati d’un immenso quadro che l’occhio non può abbracciare nel suo intero, e quindi nascerebbe l’idea che l’azione principale