Pagina:Saggio di racconti.djvu/126

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118 racconto undecimo

verso. Dovunque trovavano da imitare, da scegliere, da studiare la perfezione della natura, dove ogni parte ha la respettiva bellezza, che l’occhio di chi par nato per essere artista sa conoscere, intendere e combinare con leggiadra armonia o con robustezza di concetti nelle invenzioni. Non si saziavano mai di parlare delle opere dei grandi maestri, e s’infiammavano a vicenda nel desiderio d’acquistarsi riputazione.

Quindi non è possibile immaginare spettacolo più gradito di quella schietta amorevolezza, di quello zelo di superare l’un l’altro senza vituperio d’invidia, e di quel desiderio d’aiutarsi a vicenda, che animavano i vecchi e i giovani artisti di quel tempo. Componevano tutti come una concorde famiglia, e d’altri piaceri non andavano in cerca se non di quelli che offriva loro lo studio.

Quei giovanetti poi avevano trovato un bel modo per goderne insieme e con maggior frutto. Poichè il dì delle feste si riunivano in lieta compagnia, non già per darsi a frivoli passatempi o divenire importuni ad altrui; ma, recando seco il bisognevole per disegnare, andavano per Firenze a copiare le opere più lodate, così nei chiostri dei conventi come nei cortili dei palagi, e talor’anco all’aperta campagna per entro alle ville circonvicine.

Era pur bello vedere quella brigata di giovani e di fanciulli accostarsi con venerazione ai monumenti dei nostri antichi, e dare opera chi ad una copia, chi ad un’altra, ricercandone a gara le riposte