Pagina:Saggio di racconti.djvu/147

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cecchin salviati 139

nelle dure condizioni in cui siamo. Ha voluto entrare nello spedale dei feriti, ed e una delle più zelanti nell’assistenza dei valorosi che versano il loro sangue per la libertà di Firenze.

Gior. Ah! Francesco, Francesco! tu non conosci forse tutto il rischio che voi correte. Miseri Fiorentini! se tu vedessi quanti nemici! Che desolazione nelle campagne! E il vostro generale Malatesta Baglioni....

Fran. Lo so, lo so.... vi sono anche qui dei tremendi sospetti contro di lui. E per questo? Noi non ci sgomentiamo; ci difenderemo sinchè avrem fiato; e poi siamo pronti a morire piuttosto che vivere nella schiavitù dei Medici.

Gior. Ahimè! vi sacrificherete inutilmente! Orsù; non vi è tempo da perdere. Io vengo a salvarti. Tu sia la protezione che i Medici hanno usato a mio padre ed a me. Ho un modo; seguimi a Pisa...»

Francesco con le fiamme dello sdegno sul volto lo interruppe a lo respinse da sè, esclamando: «E così tu credi d’essermi amico? Ed hai cuore di propormi una viltà come questa? Io fuggire quando il rischio è maggiore! Ah! no; tu stesso non puoi pensarlo. Ma oh amico mio, ti ringrazio» e lo abbracciava con trasporto di riconoscenza, «ti ringrazio di questa premura per me. So che nasce dal tuo amore; ma il dovere di cittadino va innanzi a tutto. È inutile, Giorgio, è inutile ogni preghiera. Io non lascerò Firenze finchè potrò adoperare un braccio, finchè avrò da versare una stilla di sangue