Pagina:Saggio di racconti.djvu/162

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154 racconto undecimo

raggio. Usciti dal loro letto dove erano stati confortati dalle sue parole, tornavano a combattere come leoni, pieni di fiducia, quasi fossero sicuri della vittoria. Ma oh Dio! Quando poi tutto fu perduto nel tradimento, allora ella non uscì più per lungo tempo dalla sua cella. Una crudel malattia mi tenne in forse della sua vita. Ma ora ho saputo che sta meglio, che ha ricominciato ad assistere gl’infermi. Povera mia sorella! quando la lasciai pareva una larva; ora conversa coi moribondi, con quelli che patiscono più degli altri; e cerca di confortarli con una santa rassegnazione. Per loro è eloquente; per sè, non ha, non vuole avere una sola parola di conforto. Quando mi scrive, mi dice sempre ch’io mi prepari a non ricevere più notizie di lei; mi dà sempre l’ultimo addio!» — «Poveretta! Ma e tu come te la passasti nel tempo dell’assedio?» — «Male, amico mio, male assai. Tu la conosci pur troppo la storia delle nostre sventure! Anch’io rimasi ferito, e sarebbe stato meglio ch’io fossi morto... Ora non mi toccherebbe a vedere tanto avvilimento!...» E nascondendosi la faccia con un fremito di tutta la persona, stette alcun tempo in silenzio. Giorgio disse allora: «Te lo diceva io? ogni sforzo era inutile; se tu avessi dato retta alle mie parole...» — «E che? interruppe Francesco, credi tu che senza il tradimento del Malatesta non avessimo potuto salvarci? Ah! Giorgio, non mi rammentare quel tuo consiglio. Io sento che non posso fare a meno di amarti; ma pensa ch’io son lo stesso. Anzi non tocchiamo più questo tasto.