Pagina:Saggio di racconti.djvu/164

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156 racconto undecimo

sogna tornar via di questa Roma, dove da tanto tempo agognava di venire. Sì; non potrei starvi celato. Qualcheduno dei Medici o dei loro aderenti mi riconoscerebbe; e allora... Ma come lasciarti, Francesco mio, come lasciarti? Sei l’amico più caro ch’io m’abbia; e se resto, ti fo danno. Ebbene, partirò per poco tempo, e tornerò quando in mancanza mia sarai stato scelto pel cardinale. Sì, questo è il miglior partito.» Francesco tornando troncò le sue riflessioni, e voleva condurlo seco a girare per Roma. «Vieni, vieni, diceva; andiamo al Vaticano; ho bisogno di distrarmi; voglio conferire con te delle cose dell’arte. Incontreremo altri giovani pittori di tua conoscenza.» Ma Giorgio non rispondeva; era pensieroso, e disse a Francesco che per ora lo lasciasse stare, e non palesasse a nessuno ch’egli era in Roma; voleva rimanersene alcun tempo ritirato; godersi in pace la sua compagnia, e girare piuttosto la campagna che la città. A Francesco, che meditava condurlo a messer Marco, parve strano il partito; ma rispettando la volontà dell’amico, per quel giorno lo lasciò stare, proponendosi di parlare da sè a messer Marco. Ma intanto fu fatto chiamar novamente da questo medesimo cavaliere, il quale gli disse, che non essendo giunto il giovine aspettato, era tempo di prendere il posto che la fortuna gli aveva offerto.» Ma in grazia, domandò Francesco, poss’io sapere chi sia il giovine che dite, e colui che mi piglierebbe in sua vece?» — «Non occorre che voi sappiate del giovine; ma è naturale ch’io vi dica