Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. I.djvu/13

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l'ingegnere webher 11


con occhio compassionevole quel disgraziato che pareva proprio agli estremi, poi si avvicinò al letto.

— Smoky, mio povero amico, disse con voce commossa.

L’indiano udendo quella voce aprì gli occhi semispenti, poi, facendo uno sforzo si alzò lentamente.

— Voi! esclamò, mentre un vivo lampo animavagli gli sguardi. Mio fratello bianco è sempre buono.

— Come stai, amico mio?

L’indiano tentò di sorridere ma non vi riuscì.

— Il Grande Spirito mi chiama, disse poi con voce rantolosa.

— Non disperare Smoky, disse sir John stringendo affettuosamente la mano che il morente gli tendeva.

— Sento che la mia vita... se ne va, fratello bianco.... Oh, ma non ha paura della morte un indiano.... Temeva solamente di lasciare... questa capanna senza avervi veduto e....

S’interruppe e chinò la testa come se cercasse di riordinare le sue idee, poi, dopo essersi riadagiato sul letto, riprese con voce più fioca.

— Mio fratello bianco... è stato sempre buono coi suoi fratelli rossi e... sempre largo di aiuti... il suo cuore è sempre stato grande... generoso.

— Che vuoi concludere amico? chiese l’ingegnere.

— Lo saprete subito.... Mi rimane forse qualche ora da vivere... sì, poco tempo, molto poco... sento che le palle degli assassini... sono vicine al cuore.... Mio fratello bianco presti molta attenzione... a quanto gli dirò.... Ha fatto tanto bene a me... e io ne farò a lui.

— Parla Smoky, ma va adagio, non affaticarti.

— Mi affaticherò ancora per poco, disse l’indiano con amaro sorriso. Ascoltatemi, fratello.