Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. II.djvu/34

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32 capitolo xvii.


dal viso. Mi sembra d’essere in un forno pronto a ricevere il pane.

— E questo non è nulla, disse l’ingegnere. Più innanzi andremo più farà caldo.

— Perchè?

— Per due ragioni: prima perchè le rupi essendo da poco tempo scaldate dalle fiamme, tramanderanno un calore più vivo e poi perchè scendiamo con una rapidità che dà da pensare.

— E che importa se scendiamo?

— Più ci allontaniamo dalla superficie della terra, più caldo dovremo soffrire. In venti soli minuti, causa la straordinaria pendenza del fiume, siamo scesi di quindici buoni piedi.

— E voi dite che scendendo...

— Ci arrostiremo, amico Burthon.

— Ma a quale profondità siamo noi?

— A duemilacinquecento piedi. Su per giù quanto la miniera di Rosebridge.

— In che proporzione aumenta il calore?

— Ogni settanta piedi aumenta di un grado.

— Abbiamo allora una temperatura di trenta gradi.

— All’incirca, Burthon.

— Speriamo che il fiume non discenda sempre disse Morgan, e che...

Il discorso gli fu improvvisamente tagliato da un sordo tuono che si udì sulla riva destra, seguito subito dalla caduta di alcuni goccioloni.

Burthon che ricevette una di quelle goccie mandò un grido di dolore.

Quell’acqua che cadeva abbondante e non si sa da dove, scottava come se fosse bollente.

— Ai remi!... ai remi!... gridò l’ingegnere.

— Che pioggia è mai questa? gridò Burthon, saltando a poppa.