Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. II.djvu/62

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60 capitolo xx.


Il battello, abilmente guidato dall’irlandese, si arenò colla prua su un banco subacqueo che staccavasi dalla riva. Sir John, Morgan e Burthon, munitisi di lampade, saltarono sulle rocce.

— Siate prudente, sir John, disse il meticcio.

Aiutandosi colle mani e coi piedi scalarono le rocce e raggiunsero la cima dell’alta sponda. Subito apparvero ai loro occhi parecchi coni, alti tre o quattro piedi, alcuni colla cima mozzata e altri terminanti in una punta assai aguzza.

— Cosa sono? chiese Morgan stupito.

— Dei piccoli vulcani, rispose l’ingegnere.

— Non pericolosi, speriamo.

— Ma eruttano, disse Burthon.

Alcuni getti d’una materia densa, impregnata fortemente d’un odore di zolfo abbruciato, si slanciarono fuori da alcuni coni salendo parecchi metri. Subito s’udirono degli acuti fischi.

— Bravi, disse Burthon. Questi sono gli applausi.

— Avviciniamoci a uno di quei vulcanetti, disse l’ingegnere.

— E se eruttano?

— Non tutti devono eruttare. Io ho visto degli altri coni somiglianti a questi.

— E dove? chiese Morgan.

— Nel deserto di Colorado e precisamente nei pressi del monte Purdy, un vulcano spento.

Sir John, seguito dai suoi due compagni, s’avvicinò ad un cono mozzato che aveva un’apertura assai larga e guardò dentro. Quel microscopico vulcano era pieno d’una materia densa e nera che non doveva essere lava, ma che mandava un calore fortissimo.

— Deve essere fango mescolato a un po’ di zolfo, disse l’ingegnere.