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gli scorridori del mare 7

salutata dall’intero equipaggio. Solo il luogotenente l’aveva guardata con un triste sorriso, mormorando:

— Uh!... Questo francese!...

Mentre sul ponte di comando il capitano ed il suo secondo, il signor Parry, riprendevano la conversazione, la Garonna, tale era il nome della rapida nave, continuava a correre bordate verso la costa africana.

La rapida veliera in meno di un’ora aveva guadagnato già tanta via, che i gabbieri potevano distinguere ormai, senza l’aiuto dei cannocchiali, le lontane montagne che corrono parallelamente alla costa.

Essendo il vento girato al sud, la Garonna aveva smesse le bordate e correva diritta verso l’est, guadagnando rapidamente cammino.

Un’altra ora era trascorsa, quando alcuni marinai che si erano inerpicati sulle crocette della maestra e del trinchetto si udirono a gridare:

— La Coanza!

La nave si trovava allora a sole tre miglia dalla costa. Dinanzi ad essa si apriva una profonda insenatura ed in fondo si scorgeva uno squarcio immenso aperto fra le foreste. Era la foce del fiume.

— Diritti alla barra! — aveva gridato il capitano al timoniere. — Badate ai bassifondi.

Delle scogliere sorgevano dal mare, formando una vasta corona dinanzi alla foce del fiume, ma la Garonna, abilmente guidata, le superò felicemente.

I suoi fianchi si bagnavano nella bianca spuma della risacca, e mentre la poppa si trovava ancora nelle acque dell’oceano, la prora entrava in quelle della Coanza. Sotto la robusta mano del secondo, che si trovava al timone, la Garonna superò felicemente quelle pericolose scogliere nel fiume, malgrado l’impeto della corrente.

Le due rive erano disabitate; erano invece coperte da una folta e rigogliosa vegetazione.

Le felci drizzavano il loro lungo e sottile fusto; le aloe si curvavano graziosamente sul fiume, mentre i paletuvieri dalle mille radici e dai tronchi contorti, veri focolari delle febbri, si avanzavano sulle acque come immense dighe.

Di tratto in tratto la foresta diventava più fitta, e allora si potevano scorgere quegli alberi giganteschi, vere foreste impenetrabili, chiamati baobab.

Il loro folto fogliame, dalla tinta verde oscura, ed i loro tronchi della circonferenza di venti piedi1, spiccavano vivamente fra macchioni di copale, piante dalle quali trasuda una gomma odorosa, assai ricercata sui mercati europei; fra gli alberi del legno di ferro, così chiamati per la loro durezza, fra i fichi baniani dalle radici disposte

  1. Il piede, misura inglese, corrisponde a cm. 30,5.