Pagina:Salgari - I figli dell'aria.djvu/288

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252 capitolo ventottesimo


Tre monaci si misero dinanzi, illuminando la spiaggia colle loro lampade e levando i ciottoli che potevano far cadere i due aeronauti, gli altri si misero dietro.

— Molto gentili, — disse Rokoff. — Mi pare che questa avventura debba finire più bene di quello che credeva. Purchè lo Sparviero torni presto!... Non si sa mai quello che può accadere, anche ai figli di Budda, in questo paese che gode poco buona fama. —

Seguirono la parete per tre o quattrocento passi, poi salirono una stretta gradinata e raggiunsero il piano superiore, su cui giganteggiava una enorme costruzione, con alti tetti arcuati e doppi e due torri di stile cinese.

— Che siamo caduti presso il monastero di Dorkia? — disse Fedoro.

— È uno dei più belli? — chiese Rokoff.

— Non solo, ma anche il più celebre del Tengri-Nor, visitato ogni anno da migliaia e migliaia di pellegrini e perfino dal Dalai-Lama.

— Saranno ricchissimi questi monaci?

— Prodigiosamente, Rokoff.

— Allora siamo certi di trovare una buona tavola. —


CAPITOLO XXIX.

I buddisti del Tengri-Nor.

I monaci salirono una gradinata magnifica che metteva su una vasta terrazza sulla quale si vedevano parecchie antenne sostenenti delle bandiere e delle enormi lastre di metallo, probabilmente dei gong, destinati a servire da campane, e condussero i due europei attraverso uno stretto corridoio che pareva corresse intorno all’edificio e che era illuminato, ogni dieci o quindici passi, da una lanterna di talco simile a quelle usate dai cinesi.

Di quando in quando dalle porticine che si trovavano ai lati del corridoio uscivano delle teste umane, che subito scomparivano dietro un segno fatto dal monaco che aveva al collo il monile di pietre trasparenti.

Appena però il drappello era passato, le teste tornavano a ricomparire e si udivano dei bisbigli sommessi.