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i naufragatori dell'«oregon» 47


– O non sarebbe meglio tentare d’accomodare il gran canotto? – chiese un contro-mastro.

– Non potrebbe ricevere mezzi i passeggeri – rispose il comandante.

– E la costruzione di una zattera è assolutamente impossibile – disse O’Paddy, facendosi arditamente innanzi. – Le onde porteranno via il legname appena calato in acqua.

– Avete un mezzo per salvarci voi? – gli chiese il capitano, aggrottando la fronte.

– Io no, signore.

– Allora tacete.

– Sono un uomo di mare anch’io, signore!

– Sì, ma per sfondare le navi degli altri – rispose il comandante seccamente.

– Vicende del mare.

– E degli uomini inesperti.

O’Paddy alzò le spalle e volse i talloni.

– Al lavoro – disse il comandante. – Temo che l’Oregon non possa resistere fino a domani.

L’equipaggio, quantunque non avesse grande speranza nel disperato tentativo, si era messo animosamente al lavoro. Sotto la direzione degli ufficiali aveva già cominciata la demolizione dell’opera morta per avere grande copia di legname e di una parte delle cabine situate sopra coperta, mentre il mastro ed alcuni carpentieri procedevano al taglio dell’alberatura, i cui tronchi dovevano servire per la formazione dello scheletro del galleggiante.

O’Paddy non si era creduto in dovere di prendere parte a quei lavori. Invece ronzava attorno al signor Held, che si era seduto ai piedi della scala del cassero, tenendo presso di sè la giovane Amely e Dik.

Pareva che aspettasse di venir interrogato ed infatti le sue speranze non tardarono a realizzarsi. Il signor Held lo aveva notato, e sapendo che era l’autore principale di quel disastro, non potè fare a meno di dirgli con una certa acredine:

– Vedete, signore, in quale stato ci avete ridotti?

– Lo vedo, signore – rispose O’Paddy, fermandosi dinanzi a lui. – Ma che colpa ne ho io, se le onde m’avevano spento i fanali e spezzato il timone?... Sono una vittima del mare anch’io e se mi rin-