Pagina:Salgari - I naufragatori dell'Oregon.djvu/64

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60 emilio salgari


– Ebbene, signor Held? – chiese Amely con apprensione.

– Andiamo verso il Borneo, mia cara.

– Resisterà la nave?

– Tutti lo sperano. Hai paura?

– Accanto a voi, no, signor Held.

– E tu, Dik?

– No – rispose il giovanetto con voce decisa. – Queste onde mi piacciono.

– Bravi, fanciulli miei! Siete coraggiosi come vostro padre, degni figli del più valoroso capitano delle truppe coloniali. Se fosse vivo, sarebbe orgoglioso di voi.

– Povero padre! – disse Amely con un sospiro. – Come sarebbe felice con tanta ricchezza!...

– Signor Held – disse Dik. – È un’isola questo Borneo?

– Sì, ma così immensa che ci vogliono parecchi mesi per attraversarla.

– Troveremo dei compatriotti?...

– Sì, ma chissà dove. Probabilmente sbarcheremo su di una costa selvaggia.

– Dove ci saranno degli animali.

– E dei più feroci: delle tigri, dei serpenti, delle scimmie più grandi di me.

– Ho il mio fucile nella cabina, signor Held, e quando sono armato non ho paura. Sono già un uomo, io!...

– Ehi!... terra!... – gridò in quell’istante il siciliano.

– Ancora!... – chiese O’Paddy. – Dove?...

– Sempre dinanzi a noi.

– Mille lampi! Se il vento dura, toccheremo, un po’ ruvidamente, ma non monta. Quale disgrazia non possedere una vela e...

Un cupo muggito che si ripercosse nell’interno della nave, gli troncò la parola.

– Fulmini!... – tuonò, mentre impallidiva. – Cosa succede?

L’Oregon in quell’istante si piegò sul fianco squarciato e lo si vide inabissarsi lentamente.

Held, Amely e Dik erano balzati in piedi, mentre il soldato si precipitava sulla tolda.

I ruggiti continuavano sotto coperta, come se una massa irrompesse nel ventre del vascello.