Pagina:Salgari - I naviganti della Meloria.djvu/86

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– Qualche scossa di terremoto?

– È probabile, Vincenzo.

– Io ho paura del terremoto, dottore.

– Non possiamo sfuggirlo, mio caro. La scossa non si arresterebbe certamente qui.

– Andiamo a vedere quelle lave – disse Michele. – Giacché siamo venuti fino qui, godiamoci lo spettacolo.

– Sì, andiamo – disse Roberto. – Voglio vederle anch'io.

– Venite! – comandò il dottore.

Quantunque i boati aumentassero di minuto in minuto ed il piano della superba galleria provasse volta a volta delle oscillazioni che potevano determinare qualche spaventevole franamento, i quattro esploratori, vinti dalla curiosità, si slanciarono attraverso i massi ingombranti il suolo.

Di passo in passo che s'avvicinavano a quella squarciatura, i fragori aumentavano e cresceva pure la luce.

Sprazzi sanguigni si riflettevano sulle marmoree pareti della galleria, seguìti talvolta da riflessi lividi, che parevano prodotti da lampade elettriche o da getti di bronzo fuso. Sordi brontolìi parevano si propagassero sotto il suolo e sopra le vôlte, seguìti da violente detonazioni e da lontani boati.

Il dottore ed i tre pescatori, attraversata di corsa la galleria, per paura di ricevere sul cranio qualche pietra, giunsero ben presto presso la squarciatura.

Un grido di stupore sfuggì dai loro petti, all'orribile spettacolo che s'offerse dinanzi ai loro occhi.

Al di là di quello squarcio s'apriva un abisso immenso, di forma quasi circolare, colle pareti tagliate a picco, ed in fondo si vedeva un specie di bacino ripieno di pece ardente o di zolfo liquefatto.

Quelle materie incandescenti e liquide, si vedevano ribollire, gonfiarsi, e vomitare lingue di fuoco con sordi boati o con iscoppi secchi e poderosi, lanciando in aria nembi di scintille e nuvole di fumo nerissimo ed impregnato di gas sulfurei che prendevano alla gola i quattro esploratori, minacciando di asfissiarli.

Di tratto in tratto, dal centro di quel bacino, s'apriva come un gorgo, ed una fiammata gigantesca irrompeva con mille sibili, lanciandosi fino quasi a livello della squarciatura, illuminando sinistramente le pareti dell'abisso e la grande galleria.

Quelle eruzioni di fuoco erano subito seguìte da rombi sotterranei e da scosse così violenti che le rocce tremavano come se dovessero, da un istante all'altro, rovesciarsi entro quella bolgia infernale.

– Per centomila merluzzi!... Cosa bolle laggiù!... – esclamò padron Vincenzo, retrocedendo spaventato.

– È la dimora di compare Belzebù!... – disse Michele, turandosi il naso.

– Sono lave in ebollizione – disse il dottore.

– È adunque un vulcano, questo?