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Un massacro in mezzo alla foresta 141


cupo a riflessi bronzini; vicinnurus regi, grandi quanto un tordo, e così belli che non si può farsene un’idea. Vedendoli volare si potrebbero scambiare per prismi riflettenti tutte le tinte dell’arcobaleno, poichè le penne di questi graziosi uccelli hanno tutte le tinte che si possano immaginare, riflessi d’argento e d’oro, di smeraldi, di rubini e di topazi.

Than-Kiù, Hong, Sheu-Kin e perfino Pram-Li, quantunque abituati a percorrere le maestose foreste delle isole malesi, si fermavano di frequente ad ammirare tutti quegli alberi ed i loro graziosi abitanti, senza più ricordarsi del pericolo che li minacciava e che li aveva costretti ad abbandonare precipitosamente le rive della laguna.

Di repente un grido strano, che non si poteva sapere se fosse stato lanciato da un essere umano o da un animale sconosciuto, li strappò bruscamente dalla loro contemplazione.

Hong, che camminava innanzi a tutti, si era arrestato armando precipitosamente la carabina, e girando gli sguardi sotto la fitta ombra delle piante.

— Un segnale?... — chiese Than-Kiù, con inquietudine.

— Lo ignoro, — rispose il chinese, che non pareva più tranquillo.

— Non ho mai udito un animale mandare un grido simile, — disse il malese.

— Allora qualcuno ci spia.

— Lo temo, Hong.

— Fermiamoci dietro il tronco di questo colossale albero della canfora e stiamo a vedere cosa sta per succedere. Armate le carabine e tenetevi pronti a far fuoco al mio comando.


Capitolo XX

la morte di Pandaras

Passarono due minuti d’angosciosa attesa.

Quel grido strano non si era più ripetuto ed il silenzio più profondo regnava ora nella grande foresta. Perfino i calaos dal becco enorme, le colombe coronate, i fagiani ed i pappagalluzzi, quegli eterni chiacchieroni, erano ammutoliti come se fossero stati, al pari degli uomini, spaventati da quell’improvviso segnale od allarme che fosse.

Hong, Than-Kiù ed i loro compagni, immobili dietro all’immenso tronco dell’albero della canfora, colle dita sui grilletti delle carabine,