Pagina:Salgari - Il re della prateria.djvu/125

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larghe spalle, fossero qua e là brizzolati, e il suo viso, assai abbronzato, mostrasse pure qualche ruga.

Il modo di vestire indicava, anche a prima vista, il suo pericoloso mestiere.

Portava sul capo un berretto di pelle di volpe azzurra; in dosso una camicia di flanella rossa, chiusa al collo da una larga ciarpa di seta nera, e un giubbetto di tela greggia, arabescato da cordoni azzurri e stretto ai fianchi da una cintura di pelle di daino, e pantaloni di grosso panno, stretti fra grandi uose per difendere le gambe dalle erbe spinose e dal morso dei serpenti.

Ad armacollo teneva un lungo fucile, di quelli usati dai cacciatori di prateria, che chiamansi rifle; alla cintura portava due pesanti pistole di grosso calibro, e uno di quei coltelli messicani, con lama lunga e a forma di spada, che si chiamano machete.

In tutto l'insieme si capiva che quell'uomo, oltre essere dotato di una forza non comune, di una agilità estrema malgrado la sua statura e di una resistenza incalcolabile, era rotto a tutte le avventure, coraggioso fino alla temerità e pronto a venire alle mani, sia cogli indiani che colle fiere delle grandi praterie.

– Dunque voi non temete gl'indiani – riprese il marchese, che pareva soddisfatto del suo esame.

– No, caballero – rispose la guida.

– Sareste disposto a guidarmi nei territori degli apaches?

– Purché il signore lo desideri, sono pronto.

– Sapete dove si trovano quelle tribù?

– Sì, caballero: errano fra il Rio San Juan e il Rio Verde, spingendo le loro escursioni fino al Rio Virgin e ai monti Wahasat.