Pagina:Salgari - Il treno volante.djvu/128

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il treno volante 126


— Il sigillo d’Altarik — disse l’arabo. — Ora ti credo. Con questo tu potevi chiedere aiuto in tutte le stazioni di Altarik.

— Lo so — rispose Sokol. — Me lo ha dato appositamente.

L’arabo battè tre volte le mani. Dai capannoni si videro uscire parecchie forme umane.

— Venite tutti e armati — disse l’arabo. — Si va alla guerra.

Due minuti dopo Sokol e l’arabo si mettevano in cammino seguiti da dodici negri armati fino ai denti...

XI

La carica degli elefanti

Il tedesco, ignaro del tradimento che gli preparava Sokol, il quale fino a quel momento non aveva dato motivi per sospettare di lui, quantunque qualche volta si fosse mostrato bizzarro nelle sue pretese, aspettava ansiosamente il giungere degli elefanti.

Essendo a poca distanza dal fiume, udiva i colossi tuffarsi in acqua e barrire raucamente; però non li vedeva comparire, quantunque fosse trascorso più d’un quarto d’ora da quando il negro lo aveva lasciato.

— Che Sokol non abbia osato assalirli? — si domandava. — Se tarda ancora un po’, lascio questo banano e vado a fucilarli dalla riva del fiume. Non sono già venuto qui per godere la frescura del banano.

Alzò gli occhi per vedere se riusciva a scorgere il Germania.

Le foglie erano così folte e così larghe da non permetterglielo.

— Anche Matteo sarà impaziente, non udendo le nostre fucilate.

Attese ancora cinque minuti; convinto che Sokol non avesse avuto il coraggio di attaccare quegli animali giganteschi, si decise a lasciare il banano e a spingersi verso il fiume.