Pagina:Salgari - Il treno volante.djvu/180

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— Io desidererei un piacere da voi — disse lo sceicco, esitando.

— Sarei pronto a pagarlo con avorio in abbondanza e con animali.

— Spiegati — disse Ottone.

— Da diversi mesi due leoni ferocissimi si sono stabiliti nel bosco che si stende al sud della città e decimano il bestiame dei nostri pastori. Nessuno dei miei uomini osa assalire più quelle belve, dopo che hanno sbranato sette cacciatori.

— E vorresti che noi ti liberassimo da quegli incomodi vicini?

— Sì — rispose l’arabo.

— Noi lo faremo — disse Ottone. — È vero, Matteo?

— Una partita di caccia non mi rincresce — rispose il greco.

— Verrò anch’io — disse El-Kabir.

— Ed io vi guiderò — aggiunse lo sceicco. — Quantunque io sia vecchio, so adoperare il fucile abbastanza bene ed il coraggio non mi manca. Voi fisserete quanti denti d’elefanti dovrò darvi e quanto bestiame.

— Noi non desideriamo nulla — disse Ottone. — Dovete aver sofferto danni già gravi durante l’assalto per privarvi di una parte delle vostre ricchezze. D’altronde noi non sapremmo cosa farne dei denti e del bestiame, non potendo caricare soverchiamente il pallone.

— Come potremo allora sdebitarci verso di voi?

— Non ne parliamo più — disse Matteo. — A noi basta la vostra riconoscenza.

«Dimmi invece quando andremo a scovare i due leoni.

— Questa sera, al levarsi della luna — rispose lo sceicco.

— Durante il giorno i leoni rimangono nascosti in una foresta spinosa che non possiamo forzare.

— A questa sera — dissero i due europei.

Lo sceicco, per dimostrare la sua riconoscenza, rimase l’intera giornata nella capanna, facendo servire rinfreschi e birra in quantità e obbligando gli ospiti ad accettare parecchi vasi di burro fresco, una considerevole quantità di frutta e anche due piccole capre, che furono portate sul treno aereo.