Pagina:Salgari - Il treno volante.djvu/182

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182 emilio salgari


Stettero prima un momento in ascolto, poi, rassicurati dal silenzio che regnava nella foresta, si misero in cammino, cercando di non far rumore per non allarmare le due fiere.

Percorsi quattrocento passi giunsero presso un piccolo stagno che serviva di scolo alle acque della foresta e sulle cui rive si vedevano numerose impronte di giraffe, di zebre e perfino di elefanti.

Tutto intorno si estendevano delle bellissime camerope a ventaglio, bellissime palme che hanno il fusto cilindrico piuttosto sottile, coperto di grosse squame regolari e coronate alla sommità da un superbo ciuffo composto di trenta o quaranta foglie.

— È questo il luogo battuto dai leoni? — domandò Ottone.

— Sì — rispose l’arabo.

— Ci imbeccheremo qui? — chiese Matteo.

— Non sarebbe prudente — rispose lo sceicco. — Vedo là un baobab che può servirci di rifugio. Ci nasconderemo fra i suoi rami e aspetteremo che i leoni ci passino a tiro.

— E la capra?

— La legheremo al tronco d’una di queste palme.

Esaminarono dapprima i dintorni per tema che vi si nascondesse qualche iena la quale potesse divorare la capra prima che giungessero i leoni; poi si arrampicarono sulle grosse radici del baobab e, aiutandosi reciprocamente, si misero a cavalcioni dei rami nascondendosi tra il folto fogliame.

Per ingannare il tempo accesero le loro pipe e attesero con ansia che qualche rumore rompesse il profondo silenzio della foresta.

Passò mezz’ora. La capra, certamente conscia del pericolo che correva, non aveva cessato di belare lamentosamente e di dare forti strattoni alla corda per spezzarla e fuggirsene verso la città.

D’un tratto un urlo rauco venne dalla parte dello stagno.

— Chi urla? — chiese Ottone, imbracciando il fucile.

— Un leopardo — rispose lo sceicco.

— Lo lasceremo andare?