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il treno volante 213


Alcuni negri però, più arditi degli altri, lanciavano delle frecce che non potevano giungere fino alla piattaforma.

Verso le dieci del mattino, Heggia, che si era posto in vedetta dinanzi alla piattaforma, segnalava un grossissimo aggruppamento di capanne, il quale occupava uno spazio considerevole.

— È Kilemba! — esclamò El-Kabir.

— Prepariamo le nostre armi — disse Ottone. — Non si può sapere quale accoglienza ci faranno quegli abitanti.

La borgata ingrandiva a vista d’occhio. Essa occupava la radura di una collina e spingeva le sole punte estreme fin sul margine dei boschi.

Il Germania doveva essere stato già scorto. Si distinguevano già numerosi punti neri muoversi in tutte le direzioni e addensarsi sulla piazza del mercato, presso la quale sorgeva un capannone di dimensioni colossali: la dimora del Sultano, di certo.

— Siamo già stati scoperti — disse Ottone, il quale aveva puntato il cannocchiale verso la città.

— Che si preparino a moschettarci? — chiese Matteo.

— Dubito che abbiano dei fucili — disse El-Kabir. — Se ne avranno, saranno così guasti, da non poter sparare più di un colpo.

— Tuttavia prepariamoci a qualunque evento — disse Ottone.

Di mano in mano che il Germania si avvicinava, l’animazione aumentava in Kilemba. I negri accorrevano da tutte le parti concentrandosi sulla piazza del mercato e qualche colpo di fucile, molto prematuro, rimbombava.

Quando il treno volante giunse sopra la città, la piazza del mercato era affollatissima.

Centinaia e centinaia di negri, quasi nudi, non avendo ai fianchi che minuscoli gonnellini di erba intrecciata, si dimenavano, alzando le braccia verso il cielo per poi precipitarsi al suolo a coprirsi la testa con la polvere della via.

In mezzo a loro, un vecchio negro, di statura gigantesca, armato di un moschetto, e col corpo adorno di braccialetti di rame,