Pagina:Salgari - Il treno volante.djvu/22

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16 emilio salgari


— Sapete di cosa si tratta, signore? — domandò.

— L’amico Matteo mi ha raccontato tutto.

— Però desidera udire dalle tue labbra il meraviglioso racconto — disse il greco.

— E vedere anche il documento — aggiunse il professore Steker.

L’arabo fece un segno ad Heggia.

— Disporrai quattro uomini armati intorno alla casa — gli disse. — Poi recherai dei rinfreschi.

Mentre il negro si allontanava rapidamente, l’arabo stese all’ombra del banano due tappeti persiani, vi gettò sopra alcuni cuscini, ed invitò i due europei ad accomodarvisi.

Un momento dopo due negre portavano due grandi vassoi d’argento sui quali erano varie tazze di vero moka, dei gelati che gli Zanzibaresi sanno lavorare molto bene e dei pasticci di varie specie, mentre un negro deponeva sui tappeti parecchi scibuk ed una scatola laccata ripiena di tabacco profumato.

— Una domanda, prima di tutto — disse l’arabo dopo di aver congedato le negre ed il servo. — Avete portato con voi il pallone?

— Sì — rispose Matteo.

— Si tratta di lottare in velocità con gli uomini partiti per la ricerca della Montagna d’oro.

— Come! — esclamarono ad una voce il greco ed il tedesco. — Di già partiti?

— Sì, gli arabi di Taborah hanno organizzata una carovana la quale è già partita pel continente da tre settimane.

— Dunque è vero che il segreto è stato tradito! — esclamò Matteo.

— Sì — rispose l’arabo. — Un servo lo ha venduto ad Altarik, un arabo pure ricchissimo che ha numerosi stabilimenti a Taborah e a Bagamoyo.

— Dove è stata formata la carovana?

— A Bagamoyo; a quest’ora deve già trovarsi ben lontana, forse nello Ngura.