Pagina:Salgari - Il treno volante.djvu/243

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il treno volante 239


— Che ora è?

— Sono le sette e mezzo — disse Ottone, dopo aver guardato l’orologio.

— Aspetteremo le dieci per uscire.

— E perchè non usciamo ora? — chiese Matteo.

— L’arabo può aver lasciate delle sentinelle presso la caverna. Se ci vedessero uscire, darebbero l’allarme e per noi sarebbe finita.

— È vero — disse Ottone. — E quando saremo usciti, cosa faremo?

— Entreremo in Kilemba senza farci scorgere e andremo a impadronirci del nostro treno volante. L’arabo non l’avrà di certo guastato.

— E verremo subito qui a ricaricare il tesoro? — disse l’arabo.

— Certo.

— Vorrei però vendicarmi di quel cane di Altarik — fece Ottone.

— Penseremo più tardi a lui. Prima il pallone e poi il tesoro — disse l’inglese.

Tornarono indietro e avvertirono gli schiavi della fortunata scoperta; poi comandarono a loro di riempire tutte le ceste di polvere d’oro e di accumularle nell’ultima caverna.

Quando quel lavoro fu compiuto, l’inglese cominciò a rizzare la colonna.

I negri, robusti e agili, non si trovarono imbarazzati ad innalzarla, procurando di darle la maggiore solidità possibile.

— In alto il più agile — gridò l’inglese.

La colonna era alta cinque metri e l’apertura sei e mezzo.

Un negro, il più lesto, scalò la colonna con infinite precauzioni, e quantunque questa oscillasse più volte pericolosamente dopo non pochi sforzi, potè guadagnare la sommità.

— Ci sei? — chiese l’inglese.

— Sì — rispose il negro.

— Esci, e guarda se nei dintorni vi sono delle sentinelle.

La sua assenza durò cinque minuti.