Pagina:Salgari - Il treno volante.djvu/79

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il treno volante 77


La povera bestia, colpita in varie parti, fece un capitombolo, poi stramazzò a terra, mandando un debole belato.

— È nostro! — gridò il tedesco slanciandosi innanzi, mentre gli sciacalli, spaventati da quegli spari, fuggivano disordinatamente ululando.

L’animale era caduto fulminato, con una palla nel cranio e due nei fianchi.

Era una graziosa antilope, alta poco più di sessanta centimetri, col pelame fulvo pallido, la gola bianca e gli occhi sormontati da sopracciglia candide come la lieve.

La sua testa era armata di corna nere, inanellate, lunghe quattro o cinque pollici, che si innalzavano verticalmente.

Come l’arabo aveva avvertito, si trattava di una antilope del tipo degli urebi, animali affatto inoffensivi e che si trovano in gran numero nell’Africa centrale e meridionale, mentre mancano invece in quella settentrionale.

Una particolarità strana di questi animali è quella di essere curiosissimi. Basta che scorgano qualche oggetto che non abbiano mai veduto, per accostarsi subito. Questo difetto riesce loro sovente fatale, poichè i negri, conoscendolo, ne approfittano per attirarli a portata delle loro frecce e delle loro zagaglie e ucciderli.

— Giacchè la cena c’è, torniamo al Germania — disse Ottone.

— I nostri negri saranno anche inquieti della nostra assenza — osservò Matteo.

— Avranno uditi i nostri spari e avranno gettati nuovi rami secchi sul fuoco — disse El-Kabir.

Il tedesco, che era il più robusto, si gettò sulle spalle l’antilope e tutti si misero in cammino per giungere all’accampamento.

Costeggiato nuovamente il fiume senza aver fatto altri incontri, scorsero il fuoco che il servo aveva acceso presso la scala del Germania.

Il pallone era al suo posto e tendeva la fune dell’àncora, non essendosi ancora la temperatura abbassata tanto da compensare completamente il gas.

Sulla piattaforma illuminata dalla luna, si scorgeva Heggia,