Pagina:Salgari - L'Uomo di fuoco.djvu/127

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– Sono lo stregone della tribù dei tupinambi.

In altro momento Alvaro non avrebbe potuto trattenere una risata, ma vedendo la confusione e la tristezza del povero uomo, si frenò.

– Una bella carica, almeno? – chiese.

– Oh! Signore!

– Eh signor...

– Diaz Cartego...

– Con quella carica almeno avete salvata la pelle.

– È vero, signor...

– Alvaro de Viana. Avete fame?

– Sono quattordici ore che marcio senza interruzione per non farmi prendere dagli eimuri che hanno invaso tutto il territorio, disperdendo le tribù dei tupinambi e dei tamoi.

– Sono lontani? – chiese Alvaro.

– Molto, per ora.

– Non vi è pericolo che ci sorprendano?

– Pel momento, no.

– Allora approfittiamo per prepararci la colazione. Abbiamo uccisa una scimmia.

– Le caraja hanno la carne delicata, signor Viana. Non è la prima che mangio.

– Aiutateci.

Il castigliano non se lo fece dire due volte. Vedendo che il mozzo teneva un coltello nella fascia se lo fece dare ed in pochi minuti scuoiò la scimmia e la ripulì per bene delle interiora, gettando via anche la testa.

Alvaro e Garcia accesero il fuoco, infilarono il quadrumane nella bacchetta di ferro di uno dei fucili e lo misero ad arrostire.

Il castigliano intanto aveva fatto un giro attorno alle macchie ed era tornato recando due cornetti formati con foglie di banano, pieni d'un certo liquido che pareva vino bianco.

Assahy – disse, invitando Alvaro ad assaggiarlo. – Non vi farà male, anzi!

– Da dove lo avete tratto?

– Da un albero dalla palma assahy. Può, questo liquido, surrogare il vino.

– Arrosto e vino! Peccato che manchi il pane!

– Ne troveremo, ve lo prometto – disse il marinaio. – Se qui non ho veduto le piante che cercavo, in altro luogo non mancheranno.