Pagina:Salgari - L'Uomo di fuoco.djvu/150

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


– Gettiamoci a nuoto – disse Alvaro. – L'acqua non mi sembra profonda e la corrente è poco rapida

– Alto là, signore – rispose il marinaio. – I fiumi del Brasile non sono quelli del vostro paese e nemmeno quelli del mio. Sono forse più pericolosi delle foreste.

– Non scorgo nessun jacaré.

– Se vi fossero solamente dei caimani, non mi preoccuperei tanto, mio signore. Non sono sempre affamati e poi non sempre assaltano l'uomo.

– Allora temete i caribi.

– No, non ve ne devono essere qui. Quei mostriciattoli preferiscono le acque profonde e limpide.

– Che cosa dunque può spaventarvi tanto?

– Il sucuriù.

– Eh! Dite?

– Il boa dei fiumi, un rettile di dimensioni enormi che talvolta raggiunge i dodici metri.

– Ah! Ne abbiamo veduto anche noi di quei boa e ne abbiamo ucciso anzi qualcuno.

– Ora ci accerteremo, prima di mettere le gambe in acqua, se ve ne sono qui – disse il marinaio.

– In qual modo? – chiese Alvaro.

– Guardate e soprattutto tendete gli orecchi. È un metodo infallibile insegnatomi dai tupinambi.

Il marinaio di Solis con un bastone attirò verso la riva una foglia di vittoria che andava lentamente alla deriva e si mise a batterla mentre mandava dei ruggiti rauchi che somigliavano un po' a quelli che emettono i giaguari allorquando si preparano a piombare sulla selvaggina.

Dopo alcuni istanti in fondo al fiume si udì un rumore sordo che a poco a poco aumentava d'intensità.

– È il sucuriù che risponde – disse Diaz, risalendo rapidamente la riva. – Se ci gettavamo a nuoto facevamo un bell'affare!

– È sott'acqua il boa? – chiese Alvaro.

– È nascosto in mezzo alle erbe – rispose il marinaio.

– Rispondono sempre?

– Tutti i serpenti, quando si riesce a imitare bene il loro sibilo.

– È incredibile!

– Quando gl'indiani vogliono impadronirsi dei rettili che infestano le foreste, li chiamano con dei sibili più o meno dolci, ne ho fatto più volte la prova con successo. Una sera ho attirato fino sulla porta della mia capanna due sucuriù che da qualche tempo divoravano i miei pappagalli. Signor Viana, risaliamo il fiume e cerchiamo un altro guado meno pericoloso.

– E la colazione, a quando? Non dimenticate che marciamo da cinque o sei ore, e che è dal pomeriggio di ieri che non entra una briciola di carne nel nostro stomaco.

– A più tardi, quando avremo varcato il fiume. Le foreste del Brasile non difettano di selvaggina per gli uomini che hanno delle armi.

Si misero a costeggiare il fiume, guardando attentamente dove posavano i piedi, essendovi in quel luogo parecchi tronchi atterrati che potevano servire di asilo ai pericolosissimi jararacà, quei serpentelli color delle foglie secche che s'attaccano subito alle gambe e che uccidono l'uomo più robusto in pochi minuti.

Lungo la riva s'alzavano delle bellissime palme, alte otto o dieci metri sui cui tronchi si vedevano dei grossi grani d'una materia bruna che il marinaio staccava mettendosela nel piccolo sacco di pelle che portava alla cintura.

– Che cosa raccogliete? – chiese Alvaro